GIOVEDI 13 FEBBRAIO, ORE 17,30, SALA STELLA MARIS.
Conversazione con diapositive. Al pianoforte Antonio Delfino. Letture di poesie da “Porzellan” di Durst Grünbein
Dresda, la Firenze tedesca, comincia a morire alle 22,20 del 13 febbraio 1945, l’ultimo giorno di un carnevale che nessuno aveva voglia di festeggiare in tempo di guerra. In città c’è solo un piccolo circo e il clown, già in preallarme, invita i bambini a fuggire. Dresda è affollata da profughi in fuga dal fronte orientale. Finora non ha subito distruzioni di rilievo, non è militarmente né industrialmente importante. Il conflitto sta finendo e si spera che anche in guerra si rispetti un centro d’arte universale, una delle più belle città d’Europa. Ciò che generazioni hanno costruito nel corso dei secoli viene invece distrutto in poche decine di minuti e bruciato in un rogo immenso che non risparmia nulla del meraviglioso centro storico e dei suoi abitanti. Il numero dei morti resta imprecisato. Si parla di almeno 40.000 persone di cui è rimasta qualche traccia. Di intere famiglie, intere comunità nessuno ha mai potuto denunciare la scomparsa. Non è noto quanti dei circa duecentomila profughi siano spariti nel rogo. Sulla piazza del mercato, la più grande del centro di Dresda, si costruiscono enormi pire con le rotaie del tram divelte per eliminare a strati migliaia di cadaveri. Le pire ardono ininterrottamente per intere giornate e per settimane si continuano ad estrarre morti dalle cantine.
A 80 anni dalla tragedia molti edifici e monumenti sono stati ricostruiti ma il meraviglioso tessuto urbano è scomparso. La città è come un libro da cui sono state strappate e arse molte pagine, interi capitoli. Ricordare Dresda e il suo gemellaggio con Coventry deve essere un monito per una umanità spesso sorda e immemore.
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